Trent’anni.

Vi scrivo da un paesino vicino Firenze.

Come è successo nel 2015, anche il 2017 ha portato con sé una serie di sensazioni a cui non so dare un nome. Quando sono partita per la prima volta avevo 24 anni, quando sono tornata avevo da poco compiuto 27 anni. Ogni tanto mi fermo e penso ”cazzo, ma io ho 27 anni!” e quelle che sento allo stomaco non sono di certo farfalle.

Una serie di preoccupazioni circa il mio futuro mi tengono sveglia la notte. Apro gli occhi, controllo l’orologio, inizio a muovere nervosamente la gamba cercando di non svegliare Andrea e inizio a pensare ad una serie di fatti che mi piacerebbe accadessero. Li chiamano film mentali, no? Sono la regista e la protagonista principale. A svegliarmi poi è la luce del sole che penetra dalle finestre di questa colonica che non ha tapparelle nè tende adeguatamente scure. Riprendo il film la sera successiva e quella successiva ancora. Il filo conduttore della pellicola mentale è, di solito, l’ultimo dettaglio che ricordo.

Sono tornata decisamente abbronzata – cosa insolita per essere la vigilia di Natale – e per strada la gente sorridendo mi chiedeva in quale parte del mondo fossi stata per avere questo colorito. Che posto le Maldive! Un pomeriggio, nel pieno di un temporale che ci ha costretti in camera con una pessima ricezione wifi, ho pensato ”apro un sito di viaggi” e ho iniziato a fantasticare sul nome prima ancora che sui contenuti. Questa idea mi ha tenuta compagnia per tutta la durata delle due settimane a mollo nelle acque cristalline delle Maldive e mi ha abbandonata dopo aver messo piede in Italia. La verità è che la mia era solo una scusa per fuggire dalle responsabilità e continuare a viaggiare senza preoccuparmi delle aspettative dei miei genitori. I miei genitori che, dopo aver tirato un sospiro di sollievo vedendomi tornare sana e salva dopo due anni in giro per il mondo, mi hanno accolta con ”adesso basta eh!”. Basta viaggiare, vogliamo goderti anche noi. Frase che nei giorni successivi è diventata ”adesso, per un po’, basta!”.

Certo, loro sorridevano. Io un po’ meno.

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Il tempo vola.

#Febbraio 2017, aggiornamento: siamo tornati in Italia, in quel tornado di emozioni e abitudini che non lasciano spazio alla voglia di raccontarvi cosa si prova a viaggiare per due mesi interi con la consapevolezza che una volta varcata la soglia di casa il passaporto sarebbe stato accantonato per un bel po’.

Due mesi pazzeschi che prima o poi vi raccontero`.

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Dopo ben 169 giorni di farm work in Australia è ora di partire per le vacanze.

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Prenderemo giusto qualche aereo in questi due mesi e non ci faremo mancare proprio nulla: taxi, minibus, traghetti, canoe, biciclette, scooter, giunche e barchette sgangherate. Ah, Andrea mi ricorda che faremo anche lunghe passeggiate a piedi.

Se vi va potete seguire i nostri spostamenti su Instagram a partire da questa Domenica. Noi siamo pronti e voi? :)

Il blog tornerà attivo, con tutti gli aggiornamenti, a Gennaio. See ya, mates!

Good morning blueberry pickers!

Vi scrivo da Mallanganee [un post ad alto contenuto di smile e luoghi tanto comuni quanto veritieri].

Ogni mattina, da più di un mese ormai, a svegliarci è la voce del farmer che al telefono ci comunica l’orario di inizio e il campo di mirtilli in cui dobbiamo recarci per la raccolta. Ogni mattina, mappa alla mano (con 45 campi in totale sarebbe facile perdersi) e finestrini ben chiusi arriviamo in farm stando attenti a non superare i 10km/h per evitare che la polvere sollevata dalle auto in corsa vada sulle piante.

Ricorderete sicuramente che durante il nostro primo anno in Australia avevamo, seppur per 11 miseri giorni, già provato l’esperienza del blueberry picking in VIC. C’eravamo noi e centinaia di asiatici e africani, nessun’altro europeo per poter scambiare due chiacchiere. Chiassose conversazioni in cinese mandarino e swahili hanno fatto da sottofondo a quegli 11, caldissimi, giorni.

Non contenti, quest’anno, abbiamo deciso di riprovarci. Dicono che il cervello tenda a far sbiadire i ricordi negativi, tant’è che quando Andrea a Luglio mi ha detto “ma se andassimo a raccogliere mirtilli in NSW?” non ho esitato un attimo – complice anche la rottura di c. nella farm di pomodori a Bowen, certo – dimenticando quanto mi avesse stressata l’idea di lavorare con una paga oraria che dipendeva esclusivamente da quanto io veloce fossi a riempire i buckets. Ogni bucket pieno pesa all’incirca due kg e dio solo sa quanto leggeri e piccoli sono i mirtilli :)

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Ogni mattina uo u oh!, clock on, badge al collo, 5 buckets a testa, cintura allacciata, sorriso smagliante e siamo pronti a comandare ad iniziare. Nel nostro team ci sono sì tanti asiatici, ma in compenso la maggior parte è composta da europei e solo una piccolissima parte è rappresentata da cileni e canadesi. Siamo 160 in totale, se non erro. I supervisor sono 4 ragazzi simpaticissimi e alla mano (pure fighi, qualora ve lo steste chiedendo) quindi direi che meglio di così non potevamo capitare. Vero, Andrea? :P

Nessuno ve lo dice, ma la raccolta dei mirtilli è una guerra.

Esistono tre tipologie di pickers, in quest’ordine: gli asiatici, i bravi e i losers. Strano a dirsi ma i cinesi li riconosci (HAHA) subito perchè parlano urlano solo tra di loro e sono vestiti dalla testa ai piedi. Quando dico dalla testa ai piedi intendo proprio dire che a fatica gli distingui gli occhi. Alcuni hanno quella che noi chiamiamo ‘uniforme’ e intendo proprio dire che portano gli stessi identici vestiti per una settimana intera. A me, invece, tocca ogni volta decidere se si abbinano meglio i calzini neri o bianchi alla maglietta pulita del giorno :) Sono anche quelli più scorretti (saltano le file, raccolgono solo la frutta dei rami esterni ecc.) avendo come unico obiettivo quello di guadagnare il più possibile.

Pure gli sfaticati li riconosci subito e sono per lo più inglesi, francesi e italiani. Passano il tempo a lanciarsi mirtilli, a fumare, a scegliere la playlist più tamarra (voi non avete mai sentito il rap francese e non ve lo auguro), a scambiarsi contatti di spacciatori e a non vedere l’ora che sia venerdì per potersi ubriacare. Li riconosci subito perchè sono quelli che lamentano di non guadagnare abbastanza (non l’avrei mai detto!) per poi vederli andar via una/due ore prima, perchè sono ‘stanchi’. I losers sono i più simpatici, lo ammetto. Li invidio perché arrivano in ritardo, fanno mille pause ignari del tempo che scorre e non si preoccupano, in sostanza, di quanto stanno guadagnando. Hakuna matata!

Io non sono simpatica (HAHA) e per quanto mi sforzi non riesco a non prendere seriamente quello che faccio. O meglio, sto simpatica agli altri bravi perché ci incoraggiamo a vicenda e lavoriamo concentrati. Andrea è tra i tre pickers più bravi e riesce sempre a tirarmi su il morale quando mi lascio andare a pensieri negativi e voglio mollare. Dalla classifica va escluso un gruppetto di cinesi imbattibile! E’ incredibile la quantità di mirtilli che riescono a raccogliere. Se Andrea, Riku e Johannes riescono a concludere con 50 kg una giornata un po’ impegnativa, i cinesi di cui sopra superano i 70 e tu stai lì a chiederti come hanno fatto! Stesso stupore davanti alla lista dei losers, la cui quantità oscilla tra i 12 e i 26 kg al giorno.

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La prima settimana il supervisor ha pensato che fossimo tedeschi poichè non gli sembrava vero che degli italiani andassero così veloci :) Quello che sto per dirvi ha dell’incredibile e intendo proprio dire che non sembra vero neppure a me: sono la picker donna (non cinese eheh) più veloce! Ogni settimana mi dico ”di sicuro qualcuna mi ha battuta” poi scorro il foglio con i nomi dell’intero team (a lato, i relativi kg raccolti) e scopro di essere ancora in pole position; salvo quando il supervisor mi precede con ”Emilia you’re the fastest!” rovinandomi la sorpresa e allo stesso tempo facendomi arrossire dall’imbarazzo per averlo urlato davanti agli altri (avete capito quindi perchè non sto simpatica).

Che dire, i miracoli accadono e come vi ho già detto, parte del merito va ai calzini ad Andrea che mi invoglia ad alzarmi tutte le mattine :)

Whale watching a Brunswick Heads

Vi scrivo da Mallanganee.

Nella lista delle cose da fare prima di lasciare l’Australia non può assolutamente mancare l’acquisto di un tour per vedere le balene in mare aperto. Essendo noi in NSW e a soli 90 minuti di auto da Byron Bay abbiamo aspettato il primo week end libero e di sole per provare questa esperienza che, come si legge spesso su internet, è davvero emozionante.   Il nostro tour è stato un successo, ma in caso di mancato avvistamento la compagnia Blue Bay ci aveva assicurato che saremmo potuti tornare gratuitamente un’altra volta.

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Non sapevo cosa avremmo visto, quanto le balene avrebbero effettivamente interagito, se le avremmo semplicemente viste a pelo d’acqua o fare dei balzi scenografici degni di un documentario di Super Quark.

Si tratta dei più grandi mammiferi viventi quindi provate per un attimo ad immaginare di essere su una barchetta che oscilla in maniera impressionante mentre a pochi metri nuotano dei cetacei di 180 tonnellate per 30 metri di lunghezza. Ho i brividi ancora adesso. Dopo soli 10 minuti di navigazione la prima balena ha fatto capolino ed Andrea è riuscito a cogliere il momento perfetto mentre io ero lì che urlavo come una cretina in prima fila al concerto di Valerio Scanu. E’ stato bellissimo, ci ha letteralmente colti di sorpresa.

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Abbiamo atteso ancora un po’ nella speranza che si trattasse di una balena giocherellona, ma dopo qualche spruzzo (dallo sfiatatoio) ha deciso di tornare in profondità. Lo sapevate che le balene sono famose per il loro respiro cosciente? Devono infatti decidere quando respirare e questo non gli consente di cadere in periodi di incoscienza troppo lunghi. Le balene dormono circa 8 ore al giorno, ma non sono mai completamente addormentate perché per ovviare al problema di ”doversi ricordare di respirare”, a dormire è ogni volta solo un emisfero del loro cervello.

Abbiamo continuato la navigazione sino a scorgere una mamma col suo cucciolo e proprio mentre eravamo con gli occhi fissi sul mare da venti minuti, in attesa di qualcosa di più di una pinna a pelo d’acqua, il cucciolo ha deciso di regalarci un tuffo spettacolare. Era completamente sospeso in aria e questo ci ha permesso di vedere sia la coda nella sua interezza sia le striature bianche della pancia.

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Non ve lo so descrivere, era a soli 60 metri da noi e abbiamo urlato come dei pazzi. Non siamo riusciti ad immortalare il momento perfetto con una fotografia e sebbene mi dispiaccia sono contenta di non essermelo persa. Perché dico questo? Il tour dura due ore e mezza e per lunghi periodi ti ritrovi semplicemente a fissare un punto nell’acqua in attesa di una pinna (talvolta confusa con un’increspatura delle onde) o di uno spruzzo d’acqua in lontananza e può succedere che proprio mentre ti distrai (o stai semplicemente guardando dalla parte opposta) succede qualcosa di memorabile. Per quanto mi riguarda mancava solo che smettessi di battere le palpebre tanto ero concentrata :)

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Ad un certo punto la barca ha iniziato ad oscillare tantissimo ed è stato allora che abbiamo avvistato un gruppo di balene a 40 metri da noi, le quali hanno più volte mostrato la coda, il dorso e la pinna laterale come a voler salutare. Ve l’ho detto che ormai parevo una pazza isterica tanta era la gioia quindi sì, mi sono sbracciata per ricambiare il saluto! Abbiamo girato un video complice il fatto che lo spettacolo è durato più di qualche minuto, ma la visione è consigliata solo a chi non soffre di mal di mare.

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Tornata a casa non ho fatto altro che ripercorre nella mente i momenti salienti di questa esperienza e penso proprio che sarà difficile per noi dimenticare quel cucciolo di balena sospeso nell’aria in tutto il suo splendore. Dalle foto è difficile realizzare la grandezza di questi animali, ma vi assicuro che dal vivo la percezione è chiara e adrenalinica. In un momento di calma siamo riusciti perfino a sentire il verso di una balena neppure troppo distante.

Il tour costa 85$ a persona e mi sento di consigliarvi la Blue Bay proprio per il fatto che il capitano della barca ha seguito gli spostamenti delle balene per far sì che vivessimo un’esperienza indimenticabile, quindi avvicinandosi o allontanandosi a seconda di quello che vedevamo. Siamo tornati al porto al tramonto e solo quando tutti eravamo soddisfatti ed elettrizzati per l’esperienza che avevamo vissuto.

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404 – place not found.

Vi scrivo da Tabulam mentre fuori piove.

Com’e` che siamo finiti in un altro stato? Facile, abbiamo guidato per 1700km e salutato definitivamente il Queensland per fare il nostro ingresso nel New South Wales (qui una rappresentazione dell’Australia for dummies). Nessun tappeto rosso, il benvenuto ci e` stato dato dalla nebbia di prima mattina e dai sei gradi in meno sufficienti a farci rimpiangere shorts e infradito.

Avremmo potuto lavorare nella farm di pomodori a Bowen fino a Novembre. Avremmo. Potuto. Dopo due mesi pero` ci siamo ritrovati a fare i conti con la noia: Andrea era stufo di passare ore a spostare scatole, io di controllare i pomodori secondo le indicazioni che ci venivano date giornalmente (immaginate quindi di dover resettare il cervello a giorni alterni o a seconda dell’umore del Sergente).

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La disorganizzazione generale dei supervisors faceva sì che spesso tornassimo a casa tristi o incazzati per questo o quell’altro motivo; quindi, ormai convinti, abbiamo dato il nostro preavviso appena due giorni prima di lasciare la città. I nostri colleghi erano stupiti, pur comprendendone le ragioni (qualcuno ci ha perfino confessato che se avesse potuto avrebbe fatto lo stesso!). Non abbiamo cercato un altro lavoro nella stessa città, perché , come ormai avrete capito, non ci piace trascorrere troppo tempo nello stesso posto e l’Australia per questo è perfetta. Tuttavia, per quanto entusiasmante questo possa essere, ha i suoi risvolti negativi. Salutare ogni volta i nostri colleghi è la parte che ci piace meno. E` sempre così, realizzare che potrebbe essere l’ultima volta che li vedo mi fa commuovere già qualche giorno prima.

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Stella, Federica, Aileen, Katrina, Kerry, Marino e Browney hanno fatto sì che questi mesi scorressero veloci, trovando sempre un pretesto per ridere a crepapelle e cantare in sincro le peggiori hit italiane e non. Non puoi essere triste per troppo tempo con dei colleghi cosi`. Già mi manca salutare Katrina con ”I guess you missed me yesterday”, fischiettarle la sigla di Popeye che tanto odia, spettegolare tra un cazziatone e l’altro, ripetere gli slang australiani con Aileen che mi teneva da parte i pomodori di forma strana regalandomene di tanto in tanto uno a forma di cuore, (“I have a gift for you”). Mi mancheranno Browney, con i suoi tomatoes glasses speciali, che non mangia pomodori da anni tanta è la nausea che prova per quel lavoro e Kerry, la supervisor più ganza d’Australia (molto amica, poco supervisor).

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Stella e Federica meriterebbero un post a parte, ma già sanno quanto voglio bene loro; per cui la nostra telefonata settimanale di aggiornamento non ce la toglie nessuno.

Ricapitolando, siamo finiti in questo villaggio rurale di 200 anime a raccogliere mirtilli dopo qualche giorno dal nostro arrivo. Il freddo delle prime ore del mattino svanisce verso le 10 per cui immaginate la nostra gioia quando ci siamo resi conto che avremmo potuto ancora indossare pantaloncini e maglietta almeno fino al tramonto. Perfetto, no? La ricerca di alloggio non è stata facile o meglio, lo sarebbe stata se avessimo voluto campeggiare in tenda, dividere la stanza con altre 6 persone in ostello o perfino vivere come i primitivi nel bush (con l’aggravante dell’assenza di segnale mobile). Posso adattarmi a tutto – ahahah – dal momento che il camping mi piace, ma… a piccole dosi e soprattutto non nella stagione invernale. Superato quindi lo shock iniziale nel vedere la nostra lista di alloggi disponibili esaurirsi minuto dopo minuto, abbiamo – con una botta di Qulo non indifferente – trovato un appartamento old style tutto per noi ad un prezzo più basso di un posto letto in ostello. Non e` adorabile la nostra cucina?

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Bella la collina eh, per carità, la mattina c’è un freddo che ti gela i gomiti e l’odore dei pini a fare da cornice, ma tutto sommato penso che sopravviveremo felici anche questa volta. Dicevo, 200 anime scarse. Al momento ci siamo noi, ancora più belli del solito, il garzone dell’alimentari abbruttito dalla noia, il prete dinoccolato con la sua piccola schiera di seguaci ottantenni, il barista del pub che mostra fiero tutti i segni del tempo che scorre lento e qualche timido superstite che ancora si domanda confuso “che minchia ci faccio qui?”. Mancano solo i leocorni :)

If you don’t like where you are, MOVE. You’re not a tree – Jim Rohn.

Fraser Island tra dune e sandflies.

Vi racconto cose da Bowen.

Per raggiungere il Queensland dal Victoria sono necessari 3000km di road trip tutto uguale, il nulla cosmico fuori dal finestrino fatta eccezione per qualche timido arbusto e cadaveri a bordo strada. Ad Aprile abbiamo così deciso di spezzare la monotonia delle estenuanti ore alla guida dell’auto prenotando un tour di tre giorni a Fraser Island, famosa per essere l’isola sabbiosa più grande al mondo. Una furbata proprio.

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Parto subito con la brutta notizia, ovvero con lo sconsigliarvi la compagnia Dingo Tour. I tre giorni non sono stati organizzati al meglio, tantissimi i tempi morti e un coglione come guida/accompagnatore (magari informatevi prima, se c’è il Capitano Joshua evitate!). Esclusi dal prezzo finale sono i 35$ a testa per il cibo del catering e i 10$ del sacco a pelo che sarebbe servito come cuscino e lenzuolo. Ha ovviamente prevalso il mio scetticismo e mi sono portata lenzuola, copricuscino e sacchi a pelo. Ho dato uno sguardo prima al materasso poi al mio fagotto e ho tirato un sospiro di sollievo. Vedi ad avere le fisime giuste? Altra nota dolente è stato il catering inesistente. Abbiamo dovuto preparci i pasti da soli col Capitano che dava ordini senza muovere un dito. Al di là dell’incazzatura iniziale dovuta al fatto che mi ero immaginata chissà quali leccornie preparate sul posto da gente competente, si è sprecato tantissimo tempo a cucinare e pulire la cucina, tempo che si sarebbe potuto utilizzare per visitare meglio l’isola anziché correre da una parte all’altra. Una sera per cena c’erano fusilli scotti conditi col barattolo di salsa carbonara Dolmio (qui i dettagli per i coraggiosi) versato a freddo e un numero indefinito di verdure precedentemente spadellate. 25 i partecipanti al tour di cui solo due italiani e due spagnoli indignati HAHA. Una finta carbonara con verdure insomma.

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Fraser Island, patrimonio UNESCO, è bellissima e merita sicuramente di essere visitata. Parte essenziale del tour sono le ore trascorse a bordo di una Jeep lungo tutta la 75mile beach per raggiungere le varie mete. Chi voleva poteva mettersi al volante e Andrea non si è certamente tirato indietro. Km e km coi capelli al vento e lo sguardo fisso sull’oceano.

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Quello che vedete in lontananza nella seconda foto è il relitto della nave Maheno, trovata arenata sulla costa dell’isola nel lontano 1935. Qui sotto invece, una bellissimo turista italiano che ne ammira i dettagli da vicino.

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Dopo una lunga passeggiata in salita, sulle tracce di alcuni insediamenti aborigeni avvenuti 5000 anni fa, è possibile ammirare la costa dall’alto. Ragazzi, che dire, WOW.

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L’unico modo per fare il bagno nell’acqua gelida dell’Oceano Pacifico è immergersi in quelle che chiamano Champagne Pools, poichè gli scogli proteggono dalle correnti e dagli squali tigre. Belle, eh?

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Abbiamo guidato per numerosi km anche nell’entroterra. Mentre percorrevamo la rainforest stando bene attenti ai rumori della natura – ben 350 specie di uccelli popolano l’isola di Fraser – una serie di adrenaliniche dune di sabbia ci hanno fatto sobbalzare e ridere a crepapelle.

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Purtroppo non siamo stati altrettanto fortunati coi dingo che popolano l’isola, non ne abbiamo visto neppure uno. Al contrario delle minuscole e stronzissime sandflies, che hanno banchettato sul mio corpo per tutta la durata del tour, lasciandomi più di 300 punture (di cui porto i segni ancora oggi). E pensare che all’inizio le avevo scambiate per pidocchi dando subito la colpa al materasso. Se non siete facilmente impressionabili potete fare una ricerca immagini su Google. Poca sabbia su quest’isola, non credete?

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Quello che vedrete di seguito è il Lake McKenzie in tutto il suo splendore. Ultima tappa del tour per cui non stavamo nella pelle! Nonostante i nuvoloni e il sole che di rado faceva capolino, siamo riusciti a scattare delle belle foto così da rendervi partecipi dei colori meravigliosi dell’acqua.

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Anche col cielo coperto il Lake McKenzie rimane uno spettacolo incredibile.

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Si estende per 150 ettari ed è profondo solo 5 metri, ma quello che lo rende unico è il netto distacco tra i colori dell’acqua:  la prima parte infatti – molto simile ad una piscina artificiale – è cristallina a causa del passaggio continuo della gente nel corso degli anni, che ne ha modificato inevitabilmente il fondale.

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Simpaticissimi i ragazzi che erano con noi, ciascuno proveniente da diverse parti del mondo. Ognuno di loro aveva una storia diversa da raccontare, chi in viaggio dopo una delusione amorosa, chi in Australia per studiare, chi in giro per il mondo da mesi con gli amici di sempre. Con alcuni c’è stato feeling sin da subito per cui ci siamo divertiti un sacco e salutati a malincuore.

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Tre giorni sono volati! Il traghetto per Harvey Bay ci ha visti incollati alla prua ad ammirare il tramonto, stanchi ma estremamente felici.

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Weather mark

Vi scrivo da Bowen.

Da ormai un mese ho il sonno disturbato, incubi e frame della giornata trascorsa fanno si` che io passi gran parte del tempo a rotolarmi nel letto; mi sembra quasi di sentire la sveglia che mi alita sul collo e non di rado mi ritrovo a fissare lo spiraglio della finestra. Se scorgo il cielo ancora scuro tiro un sospiro di sollievo, potrei provare a riaddormentarmi, se si intravedono le prime luci dell’alba sono spacciata. Nel dubbio e` sempre meglio alzarsi e fare pipi`.

Puo` sembrare una follia ma dopo due anni siamo di nuovo alle prese con il lavoro in farm. Essendo il lavoro in fabbrica finito prima del previsto ci siamo messi alla ricerca di altre possibilita` di lavoro stagionale. Vi ricordate sicuramente che l’esperienza nella farm di melanzane nella tristissima Ayr si e` rivelata molto remunerativa, quindi abbiamo deciso di riprovarci. A soli 100km da Ayr c’e` Bowen, piu` turistica, con numerose farm e altrettante spiagge, perfette per trascorrere i giorni liberi.

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Siamo in Queensland e i working hostel sono la norma, ma quest’anno ci siamo imposti di trovare un appartamento per conto nostro e di recarci nelle varie farm autonomamente per candidarci. Non e` stato facile, ci abbiamo messo diverse settimane prima di ricevere una chiamata e non solo perche` siamo arrivati in anticipo rispetto all’inizio della stagione, ma soprattutto perche` molte farm hanno accordi con gli ostelli (ottieni il lavoro solo se alloggi nell’ostello tal dei tali) o con contractors asiatici. Questi ultimi, manco a dirlo, si prendono una parte del tuo stipendio (gia` al di sotto del minimo legale) e preferiscono team di cinesi/coreani poiche` sono gli unici che non battono ciglio sulla paga e sui diritti spesso negati. Avrete gia` capito che tutto questo non fa per noi, non abbiamo mai accettato pagamenti in nero e tanto meno una paga al di sotto dei 21$/h.

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Il consueto giro settimanale delle farm ha ogni volta condizionato il mio umore dei giorni successivi: numerosi ”vi faremo sapere” di facciata e poco rassicuranti ”ritornate tra due/tre settimane”. Un tuffo in mare e` stato quasi sempre l’unica consolazione.

Tornare dopo due settimane e sentirsi dire ”ma sai, riceviamo tanti backpackers ogni giorno e non sappiamo mai cosa dire per mandarli via”. Bel ragionamento del cazzo. Proprio quando avevamo perso le speranze abbiamo ricevuto la chiamata di una delle due farm piu` grandi in cui ci sarebbe piaciuto lavorare. Non so cosa preveda il calendario cinese ma per me questo e` l’anno dei pomodori. Ho iniziato a Gennaio in fabbrica e finiro` probabilmente ad Ottobre in questa farm che impacchetta nientepopodimenoche pomodori.

I ritmi sono piu` frenetici rispetto alla piccola farm di melanzane ad Ayr, lavoriamo in media 8/10 ore al giorno per sei giorni a settimana e mai mi sarei aspettata di essere felice di avere un giorno off – riuscire a fare la lavatrice e a piegare i panni nello stesso giorno e` diventata una gioia non indifferente.

A giorni alterni sono sul rullo del controllo qualita` e questo significa stare tutto il tempo ferma in piedi a scartare pomodori e con la mente che vaga. Il primo giorno in 10 minuti ci sono state illustrate le diverse malattie che danneggiano un pomodoro (bacterial spot, insect damage ecc), i difetti meccanici, cromatici, climatici ecc, le percentuali che fanno si` che un pomodoro sia di first o second grade o nel peggiore dei casi rubbish da scartare senza pieta`. Ebbene, dopo 10 min e con le idee tutt’altro che chiare secondo loro ero pronta per iniziare a lavorare. In pochi secondi avrei dovuto distinguere a mente una macchia batterica da un puntino di insetto, capirne la percentuale sulla superficie totale del pomodoro e spingerlo nella corsia giusta. E ancora, sentire al tatto se il pomodoro e` morbido (troppo? poco? decisamente troppo?), se presenta segni al picciolo, se ha tagli superficiali, tagli profondi, ammaccature invisibili (il mio incubo), se ha una forma triangolare (rubbish), se e` curvo anziche` flat, se e` bruciato dal sole, se ha protuberanze strane ecc. Non vi fuma gia` il cervello? Immaginate di farlo su un rullo che viaggia senza sosta con tonnellate di pomodori stretti tra loro e il supervisor che controlla random le corsie e le scatole finali. Quando con la coda dell’occhio vediamo il Sergente arrivare si tratta quasi sicuramente di guai e cazziatoni. Due settimane fa un acquazzone durato senza sosta per mezza giornata ha danneggiato le piantagioni e ancora oggi il nostro peggior incubo e` il pomodoro col weather mark che finisce per sbaglio nel first grade.

Oggi, dopo un mese, posso dire di riuscire a catalogare un pomodoro in mezzo secondo senza quasi alcun dubbio. Ma che fatica ragazzi! I primi giorni avevo le braccia che si incrociavano goffamente (ho la buca del second grade alla mia destra e quella del rubbish a sinistra) nel tentativo di spingere i pomodori nella corsia giusta, con la mente che dopo diverse ore di lavoro inizia a giocare brutti scherzi. Ci sono stati momenti che presa dal panico ho iniziato a buttare pomodori a caso pur di non farmi vedere impalata mentre me la facevo sotto dalla paura :)

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I giorni dispari sono nell’area pack con altre 4/5 ragazze e il nostro lavoro consiste nel tenere d’occhio una quarantina di bilance (con altrettante scatole), pennarello alla mano e scatola nell’altra. La bilancia si chiude quando segna 10.2 kg e una luce lampeggia per indicarti di rimpiazzare la scatola piena con una vuota non prima di aver segnato la dimensione del pomodoro (medium, small, m/l, large) e il colore (1/2, 3/4, color) sul lato esterno. Ogni bilancia ha uno schermo che indica peso e categoria. Immaginateci in una giornata frenetica con 15 e piu` bilance che lampeggiano contemporaneamente, con le mani che ti sudano nei guanti di gomma, le scatole che si inceppano, noi che corriamo a destra e sinistra per evitare che i pomodori che restano in attesa nella bilancia chiusa si spappolino senza darti il tempo di imprecare. Leggi small e segni medium, spingi la scatola e questa si incastra nel rullo, ti giri per prendere una scatola e ti scontri con quella che sta correndo alla bilancia in fondo alla corsia. Volano ‘fuck’ che nemmeno nella stagione migratoria delle rondini.

I primi giorni mi facevano malissimo i polsi e le dita a furia di spingere scatole pesanti per cosi` tante ore, oggi invece posso dire che, dolori alle gambe a parte, potrei quasi non lamentarmi. Potrei. Quasi. Dopo 5/6 ore non senti piu` la stanchezza e subentra la noia. Ti ritrovi a cantare la stessa canzone in loop e, quando il Sergente non c’e`, perfino a scambiare due parole con le altre; ovviamente un secondo prima sei nella bilancia accanto e un secondo dopo sei a 10 bilance piu` in la e la conversazione si interrompe. A tutto questo aggiungeteci i rumori circostanti che ti trapanano le orecchie.

Andrea lavora in shed con me, assieme ad altri 4/5 ragazzi si occupa di posizionare le scatole piene sui diversi pallet (tra qualche mese si ritrovera` con due bicipiti paurosi haha) e di sostituire i bin pieni dei pomodori scartati.

Pero`, ci credete che sono felice?

Il conto in banca sale, viviamo in un bellissimo appartamento quasi tutto per noi a soli 5min in macchina dalla farm, un giorno libero per goderci il sole (a parte oggi) e il mare, pomodori gratis, amici e buon cibo. A volte bisogna tirarmi giu` dal letto con la forza, ma su questo posso migliorare.

[Olga dove sei?]