Packing in the darkness

Vi scrivo dal basso del mio comodissimo letto a castello. Le ragazze italiane con cui dividevo la stanza quadrupla sono andate via qualche settimana fa e da allora mi godo la stanza vuota (pulita, ordinata) ma soprattutto il letto di sotto. Riesco a sentire la puzza di uova e fagioli provenire dalla cucina sebbene la mia idea di colazione mi rimandi al classico cornetto e cappuccino all’italiana. Mi manca la mia cucina, la mia collezione di spezie e tutta la serie di piccoli elettrodomestici che ci consentiva di sbizzarrirci con le ricette. Cucinare in ostello significa dover sperare che non ci sia troppo caos (sperare che la cucina sia pulita alle 20.00 è un’utopia), preferire ricette brevi e non troppo elaborate perché torni a casa dopo una giornata di lavoro e tutto quello che vorresti fare è metterti a letto. Cucinare in ostello significa che i fornelli sono a nord, la dispensa a sud e il tuo tavolo a est e questo ti costringe a fare almeno 5km da quando inizi ad apparecchiare a quando finalmente hai finito di lavare e asciugare le stoviglie. Cucinare in ostello significa vederne di tutti i colori, sentire mille odori passando dalla Cina all’Inghilterra. Rakul mi prende in giro perché dice che le faccio tenerezza quando apparecchio il mio tavolino preferito e mima la posizione del bicchiere, del piatto e della forchetta. Tutto rigorosamente studiato e ordinato. Ride, mi dice che sono l’unica in questo ostello ad ”apparecchiare”. Mi dice anche che quando gli italiani parlano non riesce a distinguere se siano arrabbiati o felici. Non è affatto vero, le dico. E gesticola, gesticola perché sa che è una caratteristica tipica di noi italiani.

Sono quasi sicura che il mio non sia lo spirito giusto con cui affrontare la vita in ostello e continuo a ripetermi che alla fine di questa esperienza, forse, avrò smussato proprio questi lati del mio carattere. Amo la solitudine, amo i miei spazi, poterli gestire come meglio credo senza interferenze e mucchi di vestiti sporchi sul pavimento. Amo poter decidere quando e con chi parlare. Dite che tanto valeva chiudersi in un monastero? La verità è che non riesco ad affezionarmi a queste persone, che riterrò sempre migliore il tempo trascorso con un libro rispetto a quello passato a parlare con gente che ha le mani occupate ad aprire lattine di birra o a rollare canne. Mi limito a ‘ciao’ e ad assonnati ‘buongiorno’ e quasi sempre il mio interlocutore ha occhi rossi da far impallidire una raganella. Spesso mi domando dove caspita sono finita, se l’Australia è il posto giusto per gente come me. Se la vita in ostello si potesse tradurre in hashtag il primo sarebbe quasi certamente hangover. Gente fiera di essere in hangover, gente che in preda ai deliri dell’alcool spacca chitarre (altrui!) e l’indomani abbandona l’ostello con la coda tra le gambe senza passare dal check-out. In ostello però nascono amicizie destinate a durare, nascono storie with benefit, nascono amicizie destinate a morire e a restare in vita su facebook. Dove sbaglio? Alle tre, ieri notte, siamo stati svegliati da Joshua che ubriaco continuava a ripetere la stessa domanda. Where is the pussy?, chiedeva. Bussava alla porta della ”povera” Alex e dopo un po’ non l’abbiamo più sentito. Che abbia trovato quello che cercava? Che mi sia riaddormentata?

Ma non è di questo che voglio parlarvi, la mia difficoltà a relazionarmi la conoscete bene, la mia convinzione di essere sempre e comunque migliore degli altri, anche. In farm le cose stavano andando finalmente per il verso giusto, la sveglia alle 05.30 iniziava a non pesarmi più e una volta lì era un continuo ridere e scherzare. Io, Olga, Mia, Rakul e le melanzane. Il team perfetto, la giusta sintonia, otto ore e percepirne quattro. Sono ormai due mesi che impacchetto melanzane, riuscite a crederci? Io ancora non ci credo. Se penso alle prime settimane, ai pianti, alla voglia di mandare il boss a fanc., alle melanzane storte che mettevano a dura prova la mia pazienza. Mi piace il mio lavoro, adesso. Avete letto bene, mi piace. Sono veloce, precisa, sicura. Posso definirmi un’esperta di melanzane HAHAHAH Il boss passa la maggior parte del tempo nei campi, assieme ai pickers (tra questi c’è Andrea!) e questo significa che noi siamo in shed da sole, a ridere e parlare. Parlare. In inglese. Se penso ai primi giorni in cui avevo troppa paura di aprir bocca, alla mezz’ora della pausa pranzo che non passava mai, capivo frasi ma non interi discorsi, al mio voler intervenire ma non avere le parole per farlo. Lo farò domani, ci proverò domani, dicevo. Il lavoro non mi piaceva, non volevo essere lì, non volevo ascoltare quelle tre parlare in inglese fluente come fosse la loro lingua madre. Le odiavo, odiavo il mio sentirmi stupida, il mio essere un pesce rosso nella bolla. Sono passati giorni, settimane, il mio udito è migliorato, riesco a capire quello che dicono, ad intervenire, a farmi capire, a chiedere di ripetere e rispondere. Faccio battute e loro mi capiscono. Incredibile. Questo non significa che io sappia l’inglese, significa solo che sono più sicura di me, che non ho paura di sbagliare. ”Per imparare una lingua devi essere sul posto, devi ascoltare, parlare, tempo due mesi l’inglese lo sai”, ti dicono. Io non ci volevo credere (e non ci credo nemmeno ora, fidatevi, sono tutte caxxate) ma avevo iniziato questa stupida sfida, a zittire Andrea quando mi consigliava di ripassare la grammatica. No, la gente non parla di grammatica o di libri,  la gente dice che basta essere sul posto e l’inglese si impara. Il cugino dell’amico dell’amico ha fatto così e voglio farlo anch’io. Io sono in Australia e imparerò questo caxxo di inglese. E non guarderò film in inglese con sottotitoli in inglese. Questo ve lo potete scordare, ci ho provato e lo trovo inutile, oltre a perdere la pazienza dopo la prima mezz’ora.

bbb

Le Charlie’s angels.

Io, Mia, Olga, Rakul. Italia, Finlandia, Russia,  Danimarca. C’era anche Alexia, Francia, fino a qualche tempo fa ma poi ha proseguito per la sua strada ed è stato allora che ho capito che mi stavo affezionando a qualcuno, a piangere per un goodbye. L’assenza di Alexia si è sentita parecchio, soprattutto quando è arrivata Ghislaine a sostituirla. Smoko, lunch, pause, non ha importanza, parlavamo sempre. Di politica, di serie tv, libri (immaginatemi a fare riassunti dei miei libri preferiti a Rakul che mi dice ”Ahhh, pure io l’ho letto quello”), film, ricette. Sono stata io per la prima volta ad iniziare il gioco del ”e da te come si dice?” scoprendo che in Danimarca il cane fa vov e in Finlandia la mucca fa amuuuh. Il gatto fa miao ovunque, così come il tic tac dell’orologio. Perché uso il passato? Da qualche giorno Rakul e Mia sono andate via, il loro primo visto è scaduto e siamo rimaste io ed Olga. Io, Olga e due impedite che hanno preso il loro posto. Ciò significa che io e Olga andiamo al doppio della velocità, che io ho dovuto imparare in poco tempo la categoria premium che prima spettava a Mia. Ciò significa che Rakul non è più davanti a me, non è lì a farmi ridere e neppure a passarmi le fifteen, a prendermi in giro per le boxes sempre in ordine e pressate, a chiedermi di coprire l’orologio, a chiedermi a che punto ero con Game of Thrones.

Io, Ghislaine, Rakul e Mia in pausa pranzo

Io, Ghislaine, Rakul e Mia in pausa pranzo

E’ iniziata. E’ iniziata quella parte del viaggio fatta di addii e io non sono pronta.

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23 pensieri su “Packing in the darkness

  1. cara Emy, questa tua (nostra) esperienza purtroppo è fatta di tante persone che entreranno nella tua vita velocemente, e alcune di queste ne usciranno altrettanto velocemente. altre faranno parte della tua vita negli altri a venire. tutte lasceranno un segno nella tua vita. guardala come un arricchimento! ps. bravissima per i tuoi skills di impacchetta-melanzane!

  2. Ok, finalmente, ce l’ho fatta e nel frattempo ho scoperto pure che il mio portatile è praticamente da buttare! Mi ricorda tanto il mio erasmus questo post, – le melanzane! Quando cominci ad affiatarti, quando le cose girano bene, e pii puff, gli addii … Però poi a 15 anni di distanza io ho ancora amici di quell’epoca là, che ci ha cambiati …

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