Rollercoaster.

Vi scrivo da Factorycity. Un mese dopo.

Per dare una parvenza di continuità al blog avrei dovuto scrivere questo post circa un mese fa e invece sono qui che cerco di mettere ordine alle dozzine di bozze scritte a mente mentre le mani si muovevano veloci e totalmente indipendenti tra milioni di pomodori verdi e rossi. Dicevo, Factorycity vi suonerà familiare e infatti esattamente un anno fa ci ponevamo gli stessi quesiti di oggi: ci hanno pagato? Questa settimana c’è il wash down o no? Che cavolo mangiamo oggi? E stanotte?

Di ritorno dalla Tasmania ci siamo messi in viaggio per raggiungere Factorycity alla ricerca di un appartamento; ricerca che è terminata in poche ore grazie ad una immensa botta di culo di fortuna. Dopo circa venti giorni di campeggio a momenti mi commuovevo davanti alla lavastoviglie e al bollitore elettrico. Un bel giardino, un letto enorme, il parcheggio al coperto, una casa pulita e ordinata è proprio quello che ci voleva per iniziare una nuova stagione in fabbrica. Potevamo forse immaginare che anche quest’anno qualcosa sarebbe andato storto? NO. Nei miei piani tutto sarebbe filato liscio fino ad Aprile (termine della stagione dei pomodori), avrei lavorato al mio macchinario sapendo già dove mettere le mani e ogni martedì sarei stata felice.

Succede che una mattina ci rechiamo sorridenti alla reception per chiedere informazioni circa la data di inizio, con quella nonchalance tipica di chi è arrivato con dieci giorni di anticipo rispetto all’anno precedente, giusto per fare le cose in tranquillità. Faccio appena in tempo a leggere il nome sulla divisa del figo australiano dietro la scrivania quando sento Andrea visibilmente scosso al telefono con qualcuno dell’ufficio impiego.

-Andre cosa c’è? -Mi hanno detto di tornare l’anno prossimo, il nostro nome non compare sulla lista. -Che cazzo dici l’anno prossimo? E ora che facciamo? -Ho sicuramente capito male.

Chris, il figone di cui sopra, ci conferma che siamo fuori dai giochi, le persone assunte per quest’anno sono state già chiamate una settimana fa. Ora voi cercate di immaginare la mia faccia, la terra che si squarcia sotto ai miei piedi, il tic all’occhio sinistro. In quel momento mi è sembrato sì di morire, ma con quell’accenno di lucidità che lascia aperto un piccolo spiraglio alla possibilità di essere la protagonista di una divertentissima quanto sadica candid camera. Tornate l’anno prossimo HAHAHAHA. Voi non sapete chi sono io – sì l’ho pensato davvero.

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Decido di giocarmi l’unica carta a disposizione prima di scoppiare in un pianto disperato: chiamare Trevor. Ve lo ricordate Trevor, vero? E’ stato il nostro team leader l’anno scorso e si era instaurato un bellissimo rapporto di amicizia. Trevor ci da’ appuntamento a casa sua qualche ora dopo. Questo non era previsto, nessuno sapeva del nostro arrivo e sarebbe stata una sorpresa il primo giorno in fabbrica. Fanculo la sorpresa, lo dico mentre invoco l’aiuto di deeo con quella timidezza tipica di chi sa di non meritare niente ma carica di promesse circa la costanza futura delle preghiere da fare prima di andare a dormire.

Trevor è esattamente come l’avevo lasciato. Hei Em!. Lo abbraccio prima ancora che finisca la frase.

Ci spiega che la sede in cui lavoravamo l’anno scorso è stata chiusa e tutti i macchinari installati nella fabbrica principale che ospita pere, pesche, albicocche ecc. Questo ce lo avevano già accennato ma quello che non potevamo immaginare era che Trevor non sarebbe stato più a capo della sezione pomodori, che le selezioni sarebbero state più rigide, che il personale sarebbe stato dimezzato. Usa proprio la parola dimezzato per spiegarci la ragione del fatto che il nostro telefono non ha squillato. Una pugnalata dietro la schiena avrebbe fatto meno male.

Ci stila una lista di altre fabbriche a cui poter inviare la candidatura nella speranza che le selezioni non si siano già chiuse. Di queste ne dobbiamo scartare un paio essendo noi vegani. Ci saluta dicendo che proverà comunque a chiamare Dale, il big boss, per cercare di sistemare le cose ma che non può prometterci niente.

Torno a casa e decido volontariamente di mettere in atto il piano B: pensare positivo. Succede quindi che prima di andare a letto ripeto con convinzione ”sono Emilia M. e lavoro nella fabbrica X” fino ad addormentarmi, per giorni. Capite la disperazione cosa porta a fare? Ora io non lo so se pensare positivo aiuta veramente ad attirare eventi positivi fatto sta che il telefono ha squillato. Sul cellulare lampeggia la scritta fabbrica, esattamente come un anno fa. C’è stato un problema nel nostro database, confermiamo che siete nella lista dei candidati, vi richiameremo per informarvi sulla data di inizio.  Non ho mai prestato così tanta attenzione al telefono come quel giorno (gli expat capiranno cosa intendo), perfino i grilli fuori avevano smesso di rompere i coglioni, le pale del ventilatore di girare, Andrea di respirare. Nemmeno il primo ti amo a 10 anni mi aveva lasciata così scossa e felice.

La data di inizio ci verrà comunicata due giorni dopo ed esattamente come un anno prima dimenticherò il cellulare in un’altra stanza e mi ritroverò ad urlare NOOOOOO! davanti alla scritta ”una chiamata persa: fabbrica”.

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3 pensieri su “Rollercoaster.

  1. Ciao Emy! Volevo solo dirti che in realtà ho risposto a entrambi i tuoi commenti sul mio blog, solo che li modero e quindi forse non hai visto nemmeno il tuo commento pubblicato!

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