My blossom flower

Vi scrivo.

In fabbrica sono una creatura mitologica, si e` diffusa la voce che io sono quella che non chiede mai il giorno libero. Se solo non avessi una reputazione da mantenere batterei i piedi in terra e piangerei quando ci comunicano che non c’e` produzione/piove, tuttavia il mio disappunto e` noto a tutti e fortunatamente non accade cosi` spesso.

Sono andata a provare le scarpe antinfortunistiche con l’unica certezza che avrei ripreso il modello dell’anno scorso seppur non ricordandomi quale fosse. Dopo un paio di tentativi le ho trovate e a momenti mi commuovevo. Parevo Cenerentola, mi calzavano alla perfezione. Ho infilato il piede, ho risentito la stessa sensazione del primo giorno e mi sono passati a mo di flashback rapidissimi 87 giorni tra scazzi e euforia. Scarpe e badge alla mano: le cose si erano sistemate, avremmo ripreso coi turni di notte nell’area pomodori. Bingo! Ho dubitato per un attimo che il massimo della gioia fosse una banale vincita alla lotteria. Eravamo felici come poche persone al mondo e lo siamo tuttora dopo 48 lunghe notti.

27 Gennaio. Sarei entrata saltellando – se non fosse per la reputazione di cui sopra – e infatti la prima persona che ho incrociato all’ingresso della fabbrica e` stata Trevor. Avevo un sorriso che saro` sembrata pazza agli occhi degli altri e il suo sguardo compiaciuto la diceva lunga. Avevo il cuore a mille all’idea di ritrovare tutti, perche` se a voi tutto questo puo` sembrare esagerato io sento il bisogno di ricordarvi che l’esperienza dell’anno scorso per me ha significato tanto. Ho conosciuto persone meravigliose, qualche stronzo a fare da contorno, riso per la maggior parte del tempo e pianto quando la stagione e` finita. Sono stata bene, mi sono sentita apprezzata per il lavoro svolto, ho condiviso ore e ore con una team formidabile, mentre alcuni pian piano andavano via perche` lo consideravano un lavoro di m. Probabilmente non rientra tra i lavori piu` appaganti al mondo ma chissenefrega, sono in Australia!

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La nostra area ha cambiato sede e quindi ci e` stato mostrato tutto da capo, tra gli sguardi di chi era gia` li` da giorni e non sorrideva (haha!). Ho rivisto Paula che visibilmente sorpresa e con una mano alla bocca mi ha abbracciata esclamando ”hello my blossom flower!”. Volavo ad un metro da terra. Janet mi ha stretta forte dandomi il bentornata e cosi` e` stato per Mitch, Peter, Karen, Kevin, Jodie e tutti gli altri. Alcuni non sono tornati e mi sorprendo ancora quando qualcuno che l’anno scorso lavorava nel day shift (e che quindi incrociavo solo alle 7am strisciando il badge per andar via) mi riconosce e mi saluta chiedendomi se preferisco questa sede o l’altra.

Avevo detto a Trevor che quest’anno qualsiasi lavoro mi sarebbe andato bene, che per me ed Andrea l’importante sarebbe stato essere messi in lista e iniziare. Dicevo, dopo il giro di ricognizione e con il terrore per non aver visto da nessuna parte il mio vecchio macchinario mi presento a Kris, la nuova supervisor, che senza troppi convenevoli mi passa un grembiule indicando un rullo in cima alla scalinata. Panico. Il grembiule era proprio quello che non volevo. Fanculo, mi sono detta, sono alla linea che smista e controlla i pomodori che arrivano solo successivamente ai macchinari. Dov’e` il mio macchinario?! Rivoglio il mio macchinario. Sigh.

Le prime ore sono passate senza sapere dove fosse stato assegnato Andrea e cercando di autoconvincermi con frasi del tipo ”ringrazia di avere un lavoro”, ”sara` terribile solo se sarai tu a considerarlo tale” e altre stronzate che mi fanno ridere tutt’ora :) Sono passate otto ore e seppur coi polsi doloranti (sono delicata io!) e le vesciche ai piedi ho rassicurato Andrea che era gia` pronto a vedermi mollare (muhahah). Col caxxo che mollo.

Il giorno seguente le cose hanno preso una piega inaspettata. Ormai rassegnata al grembiule e tra centinaia di foglie e pomodori acerbi da scartare, sorrido amaramente a Robyn, il boss, che mi chiede se l’anno scorso ero l’addetta al macchinario delle lattine. Le saro` sembrata una disperata. Ricordo che mi si e` quasi annebbiata la vista quando mi ha comunicato che l’indomani non avrei piu` avuto bisogno del grembiule.

Rollercoaster.

Vi scrivo da Factorycity. Un mese dopo.

Per dare una parvenza di continuità al blog avrei dovuto scrivere questo post circa un mese fa e invece sono qui che cerco di mettere ordine alle dozzine di bozze scritte a mente mentre le mani si muovevano veloci e totalmente indipendenti tra milioni di pomodori verdi e rossi. Dicevo, Factorycity vi suonerà familiare e infatti esattamente un anno fa ci ponevamo gli stessi quesiti di oggi: ci hanno pagato? Questa settimana c’è il wash down o no? Che cavolo mangiamo oggi? E stanotte?

Di ritorno dalla Tasmania ci siamo messi in viaggio per raggiungere Factorycity alla ricerca di un appartamento; ricerca che è terminata in poche ore grazie ad una immensa botta di culo di fortuna. Dopo circa venti giorni di campeggio a momenti mi commuovevo davanti alla lavastoviglie e al bollitore elettrico. Un bel giardino, un letto enorme, il parcheggio al coperto, una casa pulita e ordinata è proprio quello che ci voleva per iniziare una nuova stagione in fabbrica. Potevamo forse immaginare che anche quest’anno qualcosa sarebbe andato storto? NO. Nei miei piani tutto sarebbe filato liscio fino ad Aprile (termine della stagione dei pomodori), avrei lavorato al mio macchinario sapendo già dove mettere le mani e ogni martedì sarei stata felice.

Succede che una mattina ci rechiamo sorridenti alla reception per chiedere informazioni circa la data di inizio, con quella nonchalance tipica di chi è arrivato con dieci giorni di anticipo rispetto all’anno precedente, giusto per fare le cose in tranquillità. Faccio appena in tempo a leggere il nome sulla divisa del figo australiano dietro la scrivania quando sento Andrea visibilmente scosso al telefono con qualcuno dell’ufficio impiego.

-Andre cosa c’è? -Mi hanno detto di tornare l’anno prossimo, il nostro nome non compare sulla lista. -Che cazzo dici l’anno prossimo? E ora che facciamo? -Ho sicuramente capito male.

Chris, il figone di cui sopra, ci conferma che siamo fuori dai giochi, le persone assunte per quest’anno sono state già chiamate una settimana fa. Ora voi cercate di immaginare la mia faccia, la terra che si squarcia sotto ai miei piedi, il tic all’occhio sinistro. In quel momento mi è sembrato sì di morire, ma con quell’accenno di lucidità che lascia aperto un piccolo spiraglio alla possibilità di essere la protagonista di una divertentissima quanto sadica candid camera. Tornate l’anno prossimo HAHAHAHA. Voi non sapete chi sono io – sì l’ho pensato davvero.

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Decido di giocarmi l’unica carta a disposizione prima di scoppiare in un pianto disperato: chiamare Trevor. Ve lo ricordate Trevor, vero? E’ stato il nostro team leader l’anno scorso e si era instaurato un bellissimo rapporto di amicizia. Trevor ci da’ appuntamento a casa sua qualche ora dopo. Questo non era previsto, nessuno sapeva del nostro arrivo e sarebbe stata una sorpresa il primo giorno in fabbrica. Fanculo la sorpresa, lo dico mentre invoco l’aiuto di deeo con quella timidezza tipica di chi sa di non meritare niente ma carica di promesse circa la costanza futura delle preghiere da fare prima di andare a dormire.

Trevor è esattamente come l’avevo lasciato. Hei Em!. Lo abbraccio prima ancora che finisca la frase.

Ci spiega che la sede in cui lavoravamo l’anno scorso è stata chiusa e tutti i macchinari installati nella fabbrica principale che ospita pere, pesche, albicocche ecc. Questo ce lo avevano già accennato ma quello che non potevamo immaginare era che Trevor non sarebbe stato più a capo della sezione pomodori, che le selezioni sarebbero state più rigide, che il personale sarebbe stato dimezzato. Usa proprio la parola dimezzato per spiegarci la ragione del fatto che il nostro telefono non ha squillato. Una pugnalata dietro la schiena avrebbe fatto meno male.

Ci stila una lista di altre fabbriche a cui poter inviare la candidatura nella speranza che le selezioni non si siano già chiuse. Di queste ne dobbiamo scartare un paio essendo noi vegani. Ci saluta dicendo che proverà comunque a chiamare Dale, il big boss, per cercare di sistemare le cose ma che non può prometterci niente.

Torno a casa e decido volontariamente di mettere in atto il piano B: pensare positivo. Succede quindi che prima di andare a letto ripeto con convinzione ”sono Emilia M. e lavoro nella fabbrica X” fino ad addormentarmi, per giorni. Capite la disperazione cosa porta a fare? Ora io non lo so se pensare positivo aiuta veramente ad attirare eventi positivi fatto sta che il telefono ha squillato. Sul cellulare lampeggia la scritta fabbrica, esattamente come un anno fa. C’è stato un problema nel nostro database, confermiamo che siete nella lista dei candidati, vi richiameremo per informarvi sulla data di inizio.  Non ho mai prestato così tanta attenzione al telefono come quel giorno (gli expat capiranno cosa intendo), perfino i grilli fuori avevano smesso di rompere i coglioni, le pale del ventilatore di girare, Andrea di respirare. Nemmeno il primo ti amo a 10 anni mi aveva lasciata così scossa e felice.

La data di inizio ci verrà comunicata due giorni dopo ed esattamente come un anno prima dimenticherò il cellulare in un’altra stanza e mi ritroverò ad urlare NOOOOOO! davanti alla scritta ”una chiamata persa: fabbrica”.

La Tasmania tra scazzi e freecamping (parte 2)

EAGLEHAWK NECK – TESSELLATED PAVEMENT

Ancora un’altra bellissima spiaggia ma con un particolare: i blocchi rettangolari che fratturano la roccia dandogli questa particolare conformazione a mattonelle sono la conseguenza di un’ insolita azione erosiva. Incredibile, vero?

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UNZOO – TASMANIAN DEVIL CONSERVATION PARK

A vederli così sembrano due orsetti adorabili ma in realtà sono chiamati diavoletti a causa delle urla demoniache che lanciano durante la notte per contendersi il cibo. Sono timidi, goffi e piuttosto solitari, ormai definiti specie protetta in seguito a una malattia facciale che li sta pian piano decimando. La loro durata di vita media in natura è di soli cinque anni.

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Poco più tardi ci è stato permesso di dare da mangiare ai canguri che per nulla intimoriti si sono avvicinati saltellando.

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COAL MINES & PORT ARTHUR

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Tutti avrete sicuramente sentito parlare del temutissimo penitenziario di Port Arthur fondato nel 1830 allo scopo di accogliere i criminali più incalliti. Oggi vengono organizzati dei tour (biglietto base 35$) tra gli edifici ormai restaurati e i giardini vittoriani. E’ stata una visita davvero suggestiva perchè è possibile visitare le celle di isolamento, l’obitorio, la cappella, i dormitori, la mensa ecc. Pensate che all’epoca il fatto di venire isolati era considerato un lusso rispetto alle punizioni corporali definite invece disumane.

I treated the men as human beings, not as caged beasts – David Hoy

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Nel biglietto è compreso un tour in barca di 30min con la quale si raggiunge l’Isle of the Dead, luogo di sepoltura per i detenuti che morivano all’interno del penitenziario.

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FRIENDLY BEACH

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Serve aggiungere altro?

FREYCINET NATIONAL PARK – WINEGLASS BAY

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Wineglass Bay vale la fatica di raggiungere prima il lookout (foto sopra) e poi la spiaggia. Ho visto gente di una certa età arrancare decisa verso la meta mentre io sfinita mi chiedevo insistentemente quanto mancasse ancora. Non è una camminata facile, soprattutto la risalita dalla spiaggia ma prendetevi tutto il tempo necessario e f a t e l a!

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HONEYMOON BAY

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Rimanere a bocca aperta davanti a un simile spettacolo è il minimo che potrete fare. Ci abbiamo trascorso due giorni perchè il primo (quello in cui mi ci sono anche tuffata) era nuvoloso e non rendeva a sufficienza. Entra di diritto nella lista dei miei posti preferiti nel mondo!

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SLEEPY BAY

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CAPE TOURVILLE & BICHENO BLOWHOLE

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BAY OF FIRES

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Giornata nuvolosa che ha reso il tutto ancora più suggestivo, non credete?

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BRIDPORT & ALUM CLIFFS STATE RESERVE

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Le foto del viaggio selezionate per il blog sono finite, mi auguro vi siano piaciute. Sarò felice di sapere che qualcuna di voi ha inserito la Tasmania tra le mete da visitare quindi non esitate a contattarmi se avete bisogno di altre informazioni. Nel prossimo post descriverò l’esperienza del camping e le disavventure che ci sono – ahimè – capitate.

Ho dimenticato di dirvi che sul traghetto di andata così come in qualsiasi visitor centre è possibile acquistare il pass ai parchi nazionali (due adulti + automobile 60$) valido per due mesi. 

prima parte (qui)

La Tasmania tra scazzi e freecamping (parte 1).

Vi scrivo da Devonport, in attesa del traghetto di ritorno verso Melbourne.

Ben diciotto giorni trascorsi in Tasmania che contro ogni previsione ci ha stupiti con temperature altissime e solo due giorni di pioggia e vento. La mattina del primo Gennaio mentre tutta la citta` stava per mettersi a letto reduce da un Capodanno pazzesco a Melbourne noi ci accingevamo a chiudere le valige per recarci al porto. Colpo di scena: la macchina non parte, batteria scarica. Immaginatemi con le mani nei capelli al terzo piano del parcheggio interno di un grattacielo di Flinder Street. Eoracheccazzofacciamo? 7am, primo dell’anno, silenzio tombale, consapevolezza che nessuno potra` venirci ad aiutare e perderemo il traghetto. A mo` di apparizione divina un ragazzo asiatico – probabilmente astemio – si palesa e ci aiuta. Da quel momento in poi la mia opinione sugli asiatici cambiera` drasticamente.

Tu pensi chicazzovuoichepartailprimodellanno? E invece. In coda non si distingueva piu` il mare da quanti camper e 4×4 ci precedevano. Dopo 10 ore di gelo, scomodita` e stomaco sottosopra arriviamo a Devonport. Di seguito la mappa con le fermate principali:

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                             [Nessuna foto presente in questo post è stata soggetta ad editing]

LILLICO BEACH

E` buio pesto quando i pinguini decidono di tornare in spiaggia per nutrire i piccoli che li attendono ogni giorno alla stessa ora. La traversata dei pinguini e` sicuramente tra le remarkable experience di questa vacanza. Il momento in cui i piccoli iniziano a pigolare e battere le ali dopo aver scorto la mamma sulla riva dell’oceano e` a dir poco commovente. Sara` il ranger con una torcia a luce rossa a riprendere i momenti salienti quindi aspettate che faccia buio e godetevi lo spettacolo.

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NUT STATE RESERVE

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La ricorderò come la camminata più faticosa della mia vita ma ne è valsa la pena. Venti minuti di salita ripida per raggiungere il The Nut alto ben 143 metri. Memorabile sarà anche il milkshake al cioccolato preso al chiosco come ricompensa. Se pensate che la discesa sia meglio vi sbagliate di grosso.

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CRADLE MOUNTAIN

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Con i suoi 6km di camminata il Cradle Mountain National Park vanta alcune delle premier walks. Noi abbiamo raggiunto i laghi principali (Lilla, Crater e Dove Lake) per un totale di tre ore e mezza e non poche barrette ai mirtilli.

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OCEAN BEACH – STRAHAN

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Strahan merita una visita non solo per una rigenerante doccia calda gratuita ma soprattutto perchè potrete cenare davanti a questo tramonto mozzafiato. Qualche km più est, poco dopo Queenstown, potrete ammirare l’Iron Blow.

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FRANKLIN GORDON NATIONAL PARK

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Le Nelson Falls sono raggiungibili con una camminata facile e di soli venti minuti quindi prendetevi tutto il tempo per godervi la rainforest e i numerosi siti aborigeni.

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MOUNT FIELD NATIONAL PARK

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Diretti a sud, mappa alla mano e radio sempre accesa. Queste che vedete in alto sono le Russell Falls, siamo a solo un’ora da Hobart. In basso, Andrea in una delle foreste di eucalipto più alti del mondo.

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BRUNY ISLAND

Da Kettering più volte al giorno parte il traghetto (2 persone + automobile a/r 33$) che in soli quindici minuti raggiunge Bruny Island. Da non perdere assolutamente. Ci siamo stati due notti godendoci il mare di giorno e alcune camminate come vedrete di seguito.

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The Neck

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Complice il caldo, con una camminata abbastanza faticosa tra le dune di sabbia abbiamo raggiunto la spiaggia che precede Cape Queen Elizabeth restando affascinati da questo arco roccioso che rasenta la perfezione. Non credete?

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SOUTH BRUNY ISLAND NATIONAL PARK

Adventure Bay è paradisiaca, sabbia bianca finissima e acqua cristallina. Per questo vi ribadisco di trascorrere come minimo due giorni sull’isola e di fermarvi almeno una volta ai chioschi che vendono cestini di frutti di bosco e gelati a base di frutta fresca.

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HOBART – MT. WELLINGTON

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Complice una bella giornata di sole seppur nuvolosa abbiamo raggiunto in macchina la cima del Mount Wellington.

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Da qui partono camminate più o meno brevi per cui sceglietene una e aguzzate bene la vista.  Di seguito un adorabile pademelon e una metallic lizard.

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seconda parte (qui)

Welcome.

Vi scrivo dall’Italia.

Quanti mesi sono passati? Quando sono tornata in Italia faceva caldo e solo qualche giorno prima, a Melbourne, battevo i denti dal freddo ma con un gelato tra le mani. Prima di lasciare Melbourne con l’errata convinzione che un mese era stato sufficiente, che avevo visto tutto e potevo andare, ho fatto tutto cio` che la lista delle ultime cose da fare mi diceva di fare. Tra queste c’era il gelato a Fitzroy e l’ho mangiato piano mentre tutto l’anno passato mi scorreva davanti come fosse un film. Ho preso il tram e sono tornata a casa, a Melbourne, ho strappato quella lista e ho iniziato a fare la valigia. Ero inconsapevolmente felice.

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A Roma ho realizzato che era davvero finito tutto e ho tirato un sospiro di sollievo, mi sono scrollata di dosso quel peso, quella sensazione di responsabilita` che mi ha fatto tirare dritto per un anno intero senza voltarmi mai. Sono arrivata a Bari, anche l’ultima parte del viaggio era andata, e poi a casa quella vera. Ho rivisto mio fratello e ho sentito l’asse terrestre allinearsi. Ora potevo smetterla di badare a me stessa, ero a casa.

Quando sono tornata in Italia le cose non sono andate esattamente come mi aspettavo e ho passato un mese a tormentarmi, a dirmi che non andava bene, che ok ero triste ma non potevo avere quell’atteggiamento in casa, che la mia famiglia non meritava la mia arroganza, che la mia arroganza era ingiustificata. Le cose hanno iniziato ad andare meglio quando ho smesso di pensare all’ Australia ma e` stata dura. Capitolo chiuso. Ho conosciuto tanta gente nuova, sono stata prima in Spagna poi in Toscana e poi di nuovo in Puglia e alla domanda ”cosa fai nella vita?” ho vacillato sempre. Come mi chiamo?, ok questa la so, come ti chiami tu?, ok memorizzato al primo colpo.  Ho vissuto un anno in Australia e sto aspettando di ripartire, nel frattempo mi godo la mia famiglia e gli amici e bla bla bla. Quanto ho odiato ripetere questo copione, quanto ho odiato dovermi confrontare con gli sguardi insoddisfatti alla frase ”ho viaggiato per un anno”. Ho odiato essere quella che ”e` appena tornata dall’Australia” perche` questo sminuiva quello che ero stata prima, per i restanti ventiquattro anni. Cosa avevo fatto nei precedenti ventiquattro anni che valesse la pena di essere raccontato?

Flinders Station - Melbourne

Flinders Station – Melbourne

La verita` e` che e` stato un anno intenso per me, non e` stato facile ma e` stato intenso, perfetto. E` andato tutto bene e mi riempie di orgoglio ammetterlo ma ho superato delle paure, me ne sono venute altre, mi sono messa alla prova, ho vissuto la mia vita altrove in una lingua diversa, ho superato quelle prove una dopo l’altra. Non lo nego, alcune volte ho vacillato e ricordo ogni singolo momento di sconforto perche` ho imparato anche da ciascuno di questi pero` alla domanda ”come e` stata l’Australia?” non sono riusciuta a dire nulla di tutto cio`, a nessuno. La risposta e` stata sempre la stessa, banale e sbrigativa, ”e` stata una bellissima esperienza” . Sapeste che voglia avevo di raccontarvi tutto, di rispondere alle vostre domande ma io quel capitolo l’avevo chiuso, capite?

Perche` vi sto dicendo questo? Perche` mentre vi scrivo ho accanto a me il passaporto, il secondo working holiday visa e un nuovo biglietto aereo. Il governo australiano per email mi da’ ancora una volta il benvenuto perche` tra circa due settimane saro` nuovamente in Australia.

Un nuovo capitolo, dello stesso libro.

Andata e ritorno, comunque vada.

Vi scrivo dall’Italia. Ho realizzato di star lasciando per sempre l’Australia quando l’autista del bus diretto all’aeroporto ci ha augurato buon viaggio per appena venti minuti di tragitto, elencandoci le condizioni meteo e del traffico. Cazzo, sta succedendo! mi sono detta e ho pianto, stando ben attenta a non incrociare lo sguardo di Andrea che avrebbe riso per poi abbracciarmi. Non volevo tornare in Italia e ho sperato fino all’ultimo in un segnale, un sms, che una qualche forza oscura si materializzasse dandomi due buoni motivi per restare e uno per partire. Ero disposta a barattare tutti i miei souvenirs per un mese ancora. Piu` si avvicinava l’ora dell’imbarco piu` mi chiedevo perche` lo stessi facendo e l’ho fatto. Nessuna scena da film, nessuna corsa al primo taxi per la citta`, passaporto alla mano mi sono diretta al gate promettendo a me stessa di non pensarci piu`. Ventuno ore e un paio di film non sono pero` sufficienti a resettare i pensieri e mi lascio andare al ricordo dei momenti piu` belli trascorsi in Australia senza un ordine preciso.

Centinaia di alberi piantati sotto il sole a picco, la gioia di farlo con un paio di occhiali scuri e una congiuntivite che non ti da` tregua. Allontanarsi quel tanto che basta per osservarli con orgoglio tutti belli ordinati, consapevole di aver lasciato un segno seppur piccolo e insignificante in questo mondo. Il primo viaggio in macchina, tutto perfettamente stipato sul retro ed esclamare ”la nostra vita e` tutta qui dentro, in queste poche cose”, sentirsi liberi, felici e invincibili. Leggeri. We are italians, we are two people, we have a car and we’re looking for a job! It’s not the season, no job required, picking or packing, we’re looking for a job! cantata a squarciagola. Dormire sotto una quercia, chiudere il portabagagli consapevoli e felici che nulla puo` accadere e che un’ altra giornata sta giungendo al termine, guardare la Luna dal finestrino prima di addormentarsi. Una lista, il suo nome, correre col fiato in gola e urlare Andreeee, tu domani lavori!, un gioia incontrollata che ci fa ridere tutt’ora e che non sono in grado di descrivervi (leggetela cosi` com’e`). In piedi sul retro di un camioncino sgangherato, una mano sulla testa a tenere fermo il cappello di paglia, il vento in faccia e le mani nere, distese di peperoncini a destra e a sinistra, la strada che scorre veloce sotto i piedi e mi ricorda quanto puo` essere bella la vita. Andrea che mi aspetta sotto la quercia e sorride. La sveglia alle 5 am, l’acqua, la forchetta, Rakul, Mia, Olga e Alexia. Le risate, le melanzane, gli abbracci e i pianti. Ogni singolo momento trascorso nel capannone, il cipiglio di Charlie, la categoria premium, le battute di Charles, we work is not a gift!, la dolcezza di Olga. Olga che mi saluta in un pianto disperato e ancora una volta la voglia di restare. Gloria e Mattia, i nostri partners in crime, le nostre chiacchierate e la promessa di rivedersi ancora. L’ultima melanzana, impossibile da dimenticare. La barriera corallina, Airlie beach, il carrello della spesa col peso dei bagagli, la gioia dell’imbarco. Il riso per il sushi in una busta, il basmati nell’altra. Le due settimane al resort, la colazione, i letti da disfare, le stanze da pulire, le canoe e i pomeriggi off al mare, in piscina con Elisabetta e Francesco, i caffe` e le lattine di nascosto, la stanza dieci, l’ultimo giorno sull’ amaca. Sempre felice. Il primo canguro, il primo koala con Trevor e le risate a crepapelle complice la stanchezza dell’ultimo night shift. Fuck, is Brendan! – Where? – There! – It’s true, son of a bitch! e ridere senza riuscire a fermarsi. La Thailandia. La notte in aeroporto ad Auckland, rischiare di perdere il traghetto di ritorno a Whitehaven, riuscire sfortunatamente a prendere il traghetto, le millemila ore in macchina per raggiungere Sydney, i fazzoletti bagnati sulla coscia, i biscotti al cocco e i sandwich con l’hummus, – vaffanculo Jenevah – e Garry? – vaffanculo pure a Garry!, le erbacce, i cupcakes di Jeneve, il custard apple, quel cane puzzolente.

Il capodanno a Moorp, l’application online, l’attesa, il colloquio, il pianto disperato sui gradini a Factorycity, il video all’Andrea e all’Emy del futuro, i panini multigrain presi di nascosto, le ciambelline con lo zucchero, l’hummus piccante. La chiamata, il salto in alto lungo 3 metri, la gioia, la testa fuori dal finestrino, le canzoni tristi, i balletti in cucina, le scarpe nuove, le pere sono buone ma non ne vale la pena. La cucina vuota. Le discussioni in casa, Nimmino che ci fa paura, il bagnoschiuma alla menta, un frigo!, un congelatore!, le discussioni al fruttivendolo (HAHAH!), – Andre sai cosa voglio per essere felice? – sentiamo! – il riso con le lenticchie pero` solo se anche tu lo vuoi, Piccheuork a Tatuuura, il semaforo verde. Brendan e Jodie a Wangaratta. Il bigliettino in dispensa, io che ti osservo da lontano, tu che ridi. Il primo giorno in fabbrica, la fuga di Michelozzo, i biglietti di San Valentino, l’ultimo minuto di wash down, Roberta, Mitch, Cecilia e Sam. I’m frustrated too. Trevor e la cartellina il Giovedi`, i suoi sorrisi, ogni singolo giorno in fabbrica, giorni brutti compresi. Le chiacchierate all’alba con Tiziana su whatsapp, l’armadietto e tutto il resto. La cocacola di nascosto e tutto il resto. Tutto il resto, i pianti, la gioia, il cielo con un dito. Tutti gli altri.

Gli attacchi di panico, Maori creek road, le pietre a mani nude e l’incubo neozelandese (non e` mai successo! non e` mai successo!). Il fiume, we can do nothing, good luck!, i pianti, gli abbracci e il chai latte grande al Mc perche` ce lo meritiamo. La pipi`, la numero due tra i cespugli, le scarpe sotto la macchina, la condensa e la pioggia nelle scarpe. La Nuova Zelanda, tutta. Ogni singolo istante in Nuova Zelanda, le lattine di curry, i piatti lavati nel parcheggio, la doccia alle terme, il vegano a Christchurch, le notti in macchina in riva al lago, le candele gialle e il vino condiviso la notte di Natale, i canti in inglese e i sorrisi della gente. I fiumiciattoli, le camminate brevi, le camminate lunghe, – Andre io non vengo! – no, tu vieni!, la Tongariro Alpine Crossing, il piedino. L’acquina che piace a me. Queenstown. La pipi` a Portobello, la calamita maori.

I mirtilli, le manciate tutte in bocca, la lingua viola e non solo, Steve, il ritorno a casa in tenda, Neville, la doccia, le email di Neville, l’ultimo giorno a Tumbarumba, il lavandino del bagno dei disabili, il tavolino di legno, il red curry e la fiamma che vola al vento, i panni stesi al vento, le scarpe lavate al fiume. Quattro, cinque, sei vassoi e Nelly. – Andre parlo meglio di te in inglese – non e` vero – ok dai tu sei piu` bravo con la grammatica – mica solo con quella inglese. Lo Yarra river, il gelato a Fitzroy, Melbourne di notte, quello che parla e ride da solo, i beveroni, Melbourne di giorno, Elias (HAHA), i 25$ dall’estetistaClaudia C. e i suoi racconti. I biscottini e il the`, il panorama dalla finestra, Andrea che scende dal tram, io sul tram, Gloria e Mattia a Melbourne. Il successo del post sulle farm. Quando abbiamo venduto la macchina. La Great Ocean Road, la noia e l’entusiasmo. La consapevolezza di aver vissuto al massimo questi 362 giorni dall’altra parte del mondo, perche` conta se vivi non se esisti. Rifarei tutto da capo. Proprio tutto.

Grazie per aver condiviso con me questo anno meraviglioso. Semplicemente: GRAZIE per averlo reso tale. Sono certa che tu non stia piangendo quindi voglio ricordarti due ultime cose che ti faranno sorridere: quella volta che mi sono nascosta sotto il letto a Factorycity e la ”cena in garage”. Ce ne sarebbero almeno altre mille ancora, lo sai vero?

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E a tutti voi che avete seguito le mie vicende con curiosita` e entusiasmo, supportandoci e senza stancarvi mai di fare il tifo per noi, va il mio secondo grazie. GRAZIE DAVVERO. Ci siete stati e non potete neppure immaginare quanto questo sia stato importante per me.

Tentativo #34

Signori e signore forse ci siamo. Sono mesi che mi faccio coraggio e parto: rispolvero la bozza ormai finita nel dimenticatoio, faccio un respiro profondo, pacca di incoraggiamento, inizio a ticchettare qualcosa ma poi accade. Giuro. Iniziano a susseguirsi nella mente una serie di spiacevoli frame, a mo di flash – quello multiscatto, per intenderci – e decido che a quanto pare non e` ancora arrivato il momento di parlarvene, di frantumare l’immagine di Lara Croft che vi siete fatti di me in questo anno australiano. Tuttavia sento di avere una sorta di dovere morale – uella` paroloni – nei vostri confronti. Mettetevi comodi. Riassumo per i piu` svogliati, per quelli che hanno il gas acceso, la tinta sui capelli che inizia a bruciare la cute, quelli che il semaforo e` verde, il pannolino e` da cambiare, quelli alle prese con l’ennesimo calzino spaiato, parleremo di malumore e capelli bianchi, insomma: Thailandia. Quanti mesi sono passati? Sette se non erro ma cari i miei thailandesi io mi sono segnata tutto col terrore di dimenticare qualcosa e invece stai a vedere che certe cose ti restano cosi` impresse che tu sei bella li` a costruirti ricordi su ricordi ma c’e` sempre quella lucina rossa che lampeggia accanto al cassettino della memoria che ha per l’appunto l’etichetta made in Thailand. Va letto tutto d’un fiato si`, giusto per farvi entrare nel mood.

Io lo so che nei vostri sogni idilliaci vi immaginate con i piedi a mollo nell’acqua cristallina, la sabbia bianca finissima che vi solletica i polpacci, il cocco fresco e dissetante, la cannuccia e pure l’ombrellino, il rumore delle onde che si infrangono leggere sulla riva, gli usignoli a fare da sottofondo con venti minuti di pausa tra un intermezzo e l’altro giusto perche` a ‘na certa rompono i coglioni pure loro. Ci siamo? E` cosi` che vi immaginate, si`? Ora facciamo che per mettere i piedi a mollo dovrete camminare una decina di metri, scansare centinaia di barche, scegliere quel pezzo di mare che fa per voi, fare il morto ma venire resuscitate due secondi dopo perche` guarda caso una delle cento barche deve prendere il largo. Cosi` per tutta la durata della vacanza. Uno dice ‘vabbe facciamo che il morto lo faccio ad Ostia e fanculo, mi godo una bella passeggiata sulla battigia’. No. Non puoi. Quello che senti neppure troppo in lontananza non e` un disco rotto, NO. Girati, guarda meglio. E’ un autoctono che alla modica cifra di millemila bath ti propina un giro in barca e non ti molla fino a che non fai il gesto dell’ombrello – non prima di averglielo spiegato, almeno. Cosi` per tutta la durata della vacanza. Hanno i radar, tu cammini in punta di piedi, trattieni il respiro, sei paonazza in volto ma niente, appena percepiscono una forma di vita umana partono con la cantilena a centoventi decibel: taxi booo(a)t, taxiiii taxiiii, taxiiii boooo(a)t. Il primo giorno declini, pensi ‘poverini di qualcosa devono pur campare’, poverini stocazzo. Il secondo giorno contratti invano e maledici tutti quelli che ‘la thailandia e` economica, puoi contrattare tutto’, contratti stocazzo. Il terzo giorno ti rassegni e cerchi di raggiungere, senza successo, lo zen. Credetemi, dal quarto giorno in poi iniziano a drizzarti i capelli. Assilanti, bugiardi (non vi fidate mai delle informazioni che vi danno) e maleducati a livelli assurdi. Ho perso il conto di tutte le volte che ho dovuto farmi violenza per cercare di evitarli senza imprecare, mandavo avanti Andrea a mo di scudo.

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Ogni mattina un tassista si sveglia e sa che deve correre piu` veloce del tuo sesto senso. Gli stronzi li riconosci subito. Concordi il prezzo, sali, gli dici per l’ennesima volta la destinazione – passano dieci minuti prima che riemergano dal sonno comatoso, rifanno il collegamento Pianeta Terra-Thailandia-Bangkok-anno 2014-Strada tal dei tali – ma non e` detto che ci arrivi. I piu` furbi ti fanno scendere un km prima. Tu sei li` col navigatore che spieghi ‘no guardi, la destinazione e` giusto un pelino piu` lontano’ e loro niente, stizziti ti urlano di scendere. Urlano, capite? Alla faccia del customer care. I maledetti pure li riconosci subito, sono quelli che con le scuse piu` assurde spengono il taxi meter o addirittura lo coprono col cappello ignari del fatto che la tua angolazione ti permette benissimo distinguere un 80 sul display dai 120 bath richiesti da lui a voce. Capite? Pensavano di farmi fessa. HAHA

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Primo giorno: usciamo dalla metropolitana freschi di volo e adocchiamo quello che sembrava essere un info point. Siamo a Bangkok, dicono che qui tutti sorridono. Benissimo, questi pero` non sorridono e ci indicano seppur di malavoglia la fermata richiesta. Passano dieci minuti e arriva il primo tizio che con fare amichevole ci chiede dove andiamo, cosa facciamo, se abbiamo due reni e cosi` via ma sorpresa delle sorprese ci dice che no, ci hanno preso in giro, non e` quella la fermata ma niente panico il caso vuole che tra poco arrivera` un amico suo che per millemila bath ci puo` portare a destinazione. Guardo Andrea e scelgo di riporre tutta la mia fiducia nella scritta info point per cui decido che il tizio che ci vuole fregare e` quello difronte a noi. Passano altri dieci minuti, dell’autobus neppure l’ombra, si sta facendo notte e un altro tizio ci dice che stiamo attendendo inutilmente. Saliamo su un taxi che dopo mille scuse – del tipo piove, avete due gambe ciascuno, uno zaino e chissa` che altro – e millemila bath ci porta a destinazione. Come primo impatto non e` male, eh? Scopriremo piu` tardi che quello e` il classico teatrino messo in atto per non farti prendere i mezzi pubblici e finanziare l’amico samaritano.

I thailandesi sorridono e` vero ma non e` mai un sorriso disinteressato. Diffidate, sempre. Tu sei li` che ti perdi nei profumi (?!), nei colori, cammini beata, sorridi alla vita e questi ti braccano, letteralmente. Decidi di essere carina, d’altronde il tizio che hai casualmente incontrato ti ha solo chiesto da dove vieni e dove stai andando. Tu stai andando al Tempio X ma lui sa che guarda caso quel tempio e` chiuso, tira dalla tasca una bella mappa studiata e sottolineata e inizia il teatrino. Vai al Tempio Y ti dice lui, ci sta l’amico suo che ti puo` accompagnare. Avete capito, no?

Questi solo solo alcuni esempi. Immaginate di passare un mese sempre in allerta, con i barcaroli insistenti nelle orecchie tutto il tempo, a scansare i venditori assillanti, a contrattare, a spiegare che i prezzi esposti nel menu fuori guarda caso non sono gli stessi di quelli sulla ricevuta e sul menu al tavolo (sta a voi farvi furbi), ad aspettare che le escursioni inizino con ritardi inspiegabili. Compri la frutta e ti alzano il prezzo aggiungendo kg fittizi, compri i frullati e il 90% e` ghiaccio. Io non lo so come fate a mangiare carne e pesce quando andate in questi posti, ho visto cose che voi umani. Pad thai, massan e green curry forevah. Ciao signora deliziosa di Koh Samui, ti amo ancora!

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Ricordo che l’ultimo giorno, stremati dal caldo e dal peso degli zaini decidemmo di sederci sul marciapiede di una strada qualsiasi ad attendere l’autobus, tempo due minuti arrivo` un tizio preceduto al solito dalla sua voce squillante: taaaaxiiii, taxi boooo(a)t. Sorridiamo, declino, mostro il biglietto gia` fatto e questo di tutta risposta ci urla di alzarci e andarcene. Non siamo degni di poggiare il deretano sul marciapiede, ve la faccio breve. Cosi` ha deciso lui. Il marciapiede e` tuo, seriously?

Personale degli alberghi di una maleducazione inimmaginabile, colazioni al limite della fame comprese nel prezzo (e non parlo di hotel di terza classe), l’amico dell’amico che ti puo` portare da una parte all’altra dell’isola a prezzi assurdi e cosi` via. Una mattina ci rechiamo alla reception per il check out e per prenotare ulteriori due giorni, la Tizia appena svegliata e visibilmente infastidita dalla nostra richiesta (?!) ci dice che ha da andare a fare la spesa e ci indica la porta. Noi allibiti e con un traghetto in partenza prendiamo la porta non prima di aver pensato di star sognando.

Posso capire tutto, compresa la storia che la Thailandia e` un paese del secondo mondo bla bla bla ma io una maleducazione del genere non l’ho mai vista, stentavo perfino a crederci e non poche volte ho pensato che non ne valesse la pena di restare perche` le cose si facevano via via piu` insostenibili. Spirito di adattamento un corno, in Thailandia serve ben altro. Non e` stata una vacanza, e` stata un incubo. Prenotare le escursioni, riconoscere i furbetti, salire sui traghetti, vedersi le valigie sbattute senza alcuna premura, spiagge sempre affollate dalle barche, siringhe (ebbene si`) e sporcizia varia tra la sabbia, pagare sempre e per cose assurde ecc

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Ci tengo a precisare che la Thailandia l’abbiamo girata in lungo e in largo, non privilegiando esclusivamente le zone turistiche (anzi!) – questo prima che voi diciate ‘eh ma cosa ti aspettavi’. Fortunatamente ho dei ricordi meravigliosi legati al cibo, alla natura (trovate tutte le foto sul mio profilo instagram), a persone dolcissime e sorridenti che ci hanno dato informazioni reali e utilissime ma ragazzi miei, che fatica e` stata. Questi e tanti altri (li ho omessi per non spaventarvi troppo) sono i motivi per cui alla domanda ”allora? quando ci parli della Thailandia?” non vi ho mai risposto.